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Peace Reporter June 15, 2005

Impunitą duratura

Gli Usa dalla parte del dittatore uzbeco: nessuna inchiesta sul massacro di Andijan

By Enrico Piovesana

Non ci sarà nessuna indagine internazionale e indipendente sul massacro di Andijan, dove lo scorso 13 maggio centinaia di manifestanti furono massacrati dall’esercito uzbeco in quella che è stata la peggior ‘strage di piazza’ da Tienanmen ad oggi.

Da settimane le organizzazioni internazionali per i diritti umani, l’Unione europea, la Nato e il Dipartimento di Stato Usa stavano pressando il dittatore uzbeco Islam Karimov affinché consentisse l’avvio di un’inchiesta trasparente su quei tragici fatti.

Ma nulla accadrà dopo la clamorosa retromarcia della Nato e degli Stati Uniti avvenuta giovedì scorso al vertice Nato-Russia di Bruxelles.

Secondo quanto riportato dal Washington Post, il capo del Pentagono Donald Rumsfeld ha bocciato il testo della dichiarazione finale del vertice che era stato proposto dai suoi colleghi europei e che conteneva una perentoria richiesta di indagini indipendenti al regime uzbeco.
Rumsfeld ha posto il veto a nome del governo Usa, sconfessando platealmente le precedenti dichiarazioni del segretario di Stato Condoleezza Rice, che aveva definito “essenziale” un’inchiesta internazionale sui fatti di Andijan. Un’uscita che aveva suscitato le ire di Karimov il quale, per ritorsione, aveva immediatamente revocato i permessi di volo ai velivoli Usa diretti alla grande base aerea americana di Karshi-Khanabad, nel sud-est dell’Uzbekistan.

 

La roccaforte della libertà. La base uzbeca di Karshi-Khanabad, che al Pentagono chiamano semplicemente ‘2K’, è il più grande e strategico avamposto degli Stati Uniti in Asia Centrale. Le migliaia di soldati e le centinaia di mezzi aerei ospitati al Campo ‘Roccaforte della Libertà’ di Karshi-Khanabad costituiscono la retrovia dell’operazione “Enduring Freedom” in Afghanistan e, in prospettiva, rappresentano una postazione importantissima per il controllo militare del continente asiatico.

Una base che il Pentagono non vuole rischiare di perdere, per nessuna ragione al mondo.

Nel febbraio 2004 Rumsfeld andò in visita a Tashkent e fece un accordo con Karimov, così riassunto da GlobalSecurity.org, think-tank militare dei neoconservatori americani diretto da John Pike: “gli Stati Uniti avrebbero ignorato le gravi violazioni dei diritti umani compiute dal regime uzbeco in cambio del suo permesso di utilizzare la base di Karshi-Khanabad come base permanente”.

L’uscita critica della Rice ha rischiato di far saltare il patto. E quindi a Bruxelles Rumsfeld non ha fatto altro che rimettere a posto le cose in nome di una realpolitik che vede l’interesse nazionale Usa persino davanti alla difesa della democrazia e dei diritti umani.

 

Cronaca di un massacro. Diritti che quel 13 maggio ad Andijan sono stati calpestati in maniera feroce. Non c’è ancora, e non ci sarà mai, un bilancio ufficiale dei morti, anche se il numero di 500 appare come la stima minima.

Ma sulla dinamica dei fatti qualche chiarimento è stato fatto, soprattutto grazie alle decine di testimonianze dei sopravvissuti interrogati da Human Rights Watch.

Quel pomeriggio Piazza Bobur, stracolma di uomini, donne e bambini che protestavano contro il regime, venne circondata dall’esercito. Tutte le vie di fuga furono bloccate con blindati, camion militari e cordoni di soldati. Anche la Cholpon Prospect, principale via della città, venne chiusa con tre autobus parcheggiati a formare una barriera. Quando i militari, senza il minimo preavviso, hanno iniziato a sparare sulla folla in piazza, una marea umana terrorizzata si è riversata nella Cholpon Prospect, riuscendo a spostare un autobus e ad aprire un varco. Al di là trovarono i cecchini che dai tetti e dagli alberi cominciarono a sparare sul mucchio e più avanti, all’altezza della scuola 15 e del Cinema Cholpon, un blocco di blindati di fronte ai quali decine di soldati erano stesi a terra trincerati dietro a sacchi di sabbia. Furono in trappola: una valanga di fuoco partì dalle mitragliere dei blindati e dai fucili dei soldati, falciando centinaia di persone in pochi minuti d’inferno.

 

Seppellire la verità. Alla fine della giornata, Piazza Bobur e le vie attorno erano rosse di sangue e cosparse da centinaia di cadaveri. Durante la notte i corpi vennero caricati sui camion dell’esercito e portati via e sepolti chissà dove. Nei giorni successivi il regime di Karimov iniziò a seppellire anche la verità, incarcerando tutti gli attivisti dei diritti umani e gli esponenti dei partiti d’opposizione che avevano denunciato il massacro di Andijan. “Le autorità uzbeche stanno provando in tutti i modi a cancellare le tracce del massacro”, ha detto Kenneth Roth, direttore di Human Rights Watch. “La persecuzione avviata contro i difensori dei diritti umani è un evidente tentativo di nascondere quello che è successo ad Andijan”, ha aggiunto Holly Carter, a capo della sezione Asia Centrale di HRW.

“Le nostre indagini sono state un primo passo per far luce su quei tragici eventi, ma solo un’inchiesta internazionale potrà far emergere la verità”, ha dichiarato Roth.

Ma non sarà così, perché a Washington hanno deciso che non vale la pena di rovinare i rapporti con un alleato strategico solo perché ha trucidato qualche centinaio di uomini, donne e bambini. Anche questa è guerra, e gli Stati Uniti ci sono abituati. L’importante è che a Karshi-Khanabad la bandiera a stelle e strisce continui a sventolare sulla ‘Roccaforte della Libertà’. La libertà di chi?

 


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